Un vicentino e un bresciano alla conquista del Nepal… in bici (Parte 2)

Un vicentino e un bresciano alla conquista del Nepal… in bici (Parte 2)

(Clicca qui per leggere la prima parte)

Il volo è molto breve, e il nostro aereo vola tra montagna altissime, cascate e valli selvagge senza alcuna traccia umana. Vuoti d’aria e picchiate vertiginose, vento forte e cigolii: mica passeggiate questi voli interni. Servono nervi saldi. Gli intercalare veneti di Michele non so perchè, mi rassicurano. L’atterraggio è di rimbalzo, su una pista a 3000 metri, cortissima e in salita. Tempo di fare una manovra, scaricare noi e le bici (ammassate in terra) e l’aereo riparte. Volano solo alla mattina presto questi aerei, dopo le 9 si fermano per le correnti troppo forti.

Nella regione dell’Upper Dolpo, che raggiungeremo tra una settimana, oltre a tasse esorbitanti per entrare, è obbligatorio avere una guida accompagnatrice. Questa è stata una delle maggiori fonti di stress e dubbi dato che nessuno voleva accompagnarci in mountain bike in queste zone. La cosa ci infastidiva parecchio tanto che eravamo convinti di partire ugualmente senza guida. Pochi giorni prima della partenza però Kedar, il nostro contatto a Kathmandu, mi aveva riferito di aver trovato un ragazzo a Juphal che ci avrebbe accompagnato a piedi. Difficile da immaginare l’accoppiata trekker + biker, ma in realtà semplice da attuare in un percorso così impegnativo. Una copertura per le noiose burocrazie nepalesi, dato che la traccia da seguire era intuitiva e perfettamente disegnata nella nostra mente, in ogni sua variante e alternativa.

Siamo un po’ spaesati, dobbiamo rimontare le mountain bikes e la polizia ci branca subito chiedendo della nostra guida, mi sento proprio tirare lo zaino da dietro e l’unico nepalese alto e grosso che ho visto finora è proprio quello in divisa che ho davanti. Per ora siamo in Lower Dolpo, la guida non è obbligatoria. Non è facile spiegare le nostre ragioni a persone che non capiscono l’inglese. Proprio in quel momento vedo un ragazzo con una giacca blu arrivare di corsa, in puntuale ritardo nepalese. Capisco che era lui il nostro accompagnatore osservando gli scarponi, visto che nessuno qui li indossa. Non capiamo una parola ma con 300 Rupìe siamo liberi di partire. Si chiama con un nome incomprensibile che finisce in SNDR, quindi in poco tempo diventa Sandro, il nostro compagno local. Sandro parla pochissimo inglese, solo qualche parola, ma non c’è molto da dire. Phoksundo, Dho Tarap, Jomsom. Ci guarda veramente storto, e chissà cosa pensa. Continua a ripetere «difficult». Gli accordi sono che ci saremmo incontrati lungo il sentiero di salita.

Montiamo le bici circondati da bambini che vogliono provare, toccare e sono molto incuriositi. Che belli che sono! La valvola della mia ruota perde. Neanche stavolta riesco a partire con la bici perfetta. È destino.

Phoksundo River
Il nostro viaggio inizia in discesa. Dobbiamo scendere verso Dunai, capoluogo del Dolpo. Michele conosce a memoria le valli che si è studiato durante i preparativi e sa che c’è un sentiero che taglia la strada. Iniziamo così, facendo ciò che ci riesce più naturale. Neanche il tempo di capire dove sono e mi ritrovo a fare gradoni e tornanti stretti, non che la cosa mi disturbi. Tempo 15 minuti e il sentiero finisce, dobbiamo calarci di traverso giù dai terrazzamenti per andare a prendere la strada: mi aspetto da un momento all’altro che qualche agricoltore nepalese mi rincorra, e ne avrebbe tutte le ragioni.

La bici è veloce sulla sterrata che conduce a Dunai, in breve tempo arriviamo al bivio per la vallata del Phoksundo River. Le acque cristalline del Phoksundo si immettono nel fiume principale, impetuoso e inquinato, perdendo immediatamente il colore azzurro per un ocra limaccioso memore delle piogge monsoniche. Quella è la nostra direzione, oltre un lunghissimo ponte sospeso. Ho perso una ciabatta nella discesa. Uno dei pochi elementi di comfort che mi ero portato, appeso allo zaino, se ne è andato già nella prima mezz’ora di giro.

Abbiamo fame e imbocchiamo la nostra valle di salita, verso un piccolo villaggio appena segnato sulle carte. È molto vicino e ci aspetta il nostro primo Dhal Bat. Non prima di aver pagato una tassa di qualche parco o Conservation Area, l’ennesima tassa. Iniziamo bene. Il Dhal Bat mi piace un casino, nella sua semplicità: consiste in un piatto unico di riso bollito, patate condite e brodino. Gustoso! Oggi il programma prevede l’arrivo a Cheepka, sono solo 800 metri dislivello e abbiamo tutto il pomeriggio.

La nostra attrezzatura è così organizzata: zaino da circa 10 chili e bici che, con poche borsette essenziali, arriva a circa 17-18 chili. Siamo autonomi, con tenda, sacchi a pelo, vestiario per temperature sottozero e cibo per passare in autonomia circa 4-5 giorni complessivamente. Dovrebbe bastare, ma lo scopriremo strada facendo. Sapevamo che la salita ai 3700 metri del lago Phoksundo sarebbe stata poco agevole. In effetti il sentiero, una mulattiera ben costruita, sale con scalette, gradinate, gradoni, e scende allo stesso modo, in un susseguirsi di saliscendi lungo un fiume impetuoso, con vegetazione spinosa, piante di canapa e vento caldo. Serviranno ben 4 dure ore per coprire i 20 chilometri di tappa odierna. Che fatica! La bici sulle spalle è un macigno, mi schiaccia, mi ingobbisce. Cerco di non pensare ai giorni seguenti: si prosegue a piccoli passi, e piccoli traguardi. Cheepka è un insieme di una decina di case, abbastanza ordinato e ospitale. In un angolo di prato posizioniamo la nostra tendina e ci diamo una rinfrescata. Due ragazzi ci chiedono di provare le nostre bici, ne sono entusiasti e i bambini li rincorrono.

Che bei momenti, finalmente ci rilassiamo con del té caldo. Ne avevo proprio bisogno e sento che anche Michele apprezza. Tiriamo un po’ il fiato dopo 48 ore stressanti e senza tregua. Vedo questo momento come inizio reale del nostro giro, il momento in cui finalmente sono riuscito a staccare la mente dalla quotidianità italica e ho tutto sotto controllo senza orari, dazi, carte e documenti a cui prestare attenzione: il viaggio ora sì che è iniziato. Siamo a 2700 metri e non fa molto freddo. La cena a base di Dhal bat, doppio, ci sazia e non ci mettiamo molto a dormire: un lungo sonno ristoratore fino alle luci dell’alba.

Il secondo giorno inizia com’era terminato, con le scalette. Teniamo duro, stamattina la colazione è stata un vero lusso con Chapatee, miele, uova. Abbiamo tutte le energie per affrontare la tappa odierna, che nei nostri programmi dovrebbe farci arrivare al lago Phoksundo, uno dei luoghi più famosi del Dolpo. Salendo raggiungiamo una carovana di muli che trasporta viveri: i ragazzi nepalesi non hanno alcuna intenzione di farci passare, neanche ci guardano. Il sentiero salendo diventa pian piano più pedalabile, e questa è una bella notizia. Il fiume incute timore quando gli passiamo vicino: un torrente che si è scavato la via in mezzo a pareti verticali altissime. Nessuno avrebbe scampo in queste rapide. Più saliamo e più la vallata si apre: sto iniziando a percepire come qui nell’Himalaya tutto sia più ampio, i fiumi più rumorosi, e le pareti esposte su cui appoggia il nostro sentiero sono incredibilmente alte fin giù al fiume.

Eppure adesso stiamo pedalando bene, il morale è alto e ci avviciniamo rapidamente al lago. Che vallate! Un’ultima mezz’ora impegnativa, con bici a spalla, ci porta in vista di Ringmo, il villaggio in prossimità del lago. Siamo in quota adesso, dopo due giorni di viaggio già sfioriamo i 4000 ed è necessario fare almeno una giornata tranquilla per favorire l’acclimatamento. Il nostro avvicinamento alle alte quote è un po’ troppo rapido, ne siamo al corrente e cerchiamo di capire continuamente come il nostro fisico risponde. Purtroppo però i tempi sono quelli che sono e il giro per niente banale, con ben 7 passi oltre 5000 metri. Le poche informazioni che carpiamo da qualche parola detta in inglese non sono per nulla incoraggianti. Eccolo il lago Phoksundo. una meraviglia, uno specchio di acqua azzurro pastello, un lago come l’avrei disegnato alle elementari quando sognavo le montagne. Ringmo è un villaggio grande, con abitanti operosi che sistemano le abitazioni, preparano le carovane di yak e cavalli, fanno tessuti a telaio e coltivano orzo. Si sta bene e il clima è molto gradevole, solo un po’ fresco di notte, vicino agli zero gradi.

La classica cena a base di Dhal bat e té caldo, ci avvicina a sera. I tempi dei nepalesi sono molto dilatati, o forse siamo noi che siamo abituati ad avere tutto e subito. La cena viene preparata soltanto quando noi la chiediamo, una pietanza alla volta sulla stufa, e per preparare un Dhal bat sono necessarie un paio d’ore in media. Spesso un’attesa molto lunga per la fame che abbiamo. Mentre programmiamo e suddividiamo le tappe dei giorni a seguire, ci confrontiamo con una guida incontrata in paese che parla un po’ di inglese e che proviene proprio dalla nostra direzione. Siamo ansiosi perchè nei nostri programmi abbiamo un solo giorno di cuscinetto e la totale incognita del percorso. A bocce ferme mi sento di dire che tutto ciò mette pepe alla nostra avventura e il fatto di non sapere proprio niente del percorso, se non un attento studio cartografico nei mesi precedenti, aggiunge valore a ciò che stiamo andando a fare. Insomma ci piace anche questo.

TO BE CONTINUED…

Fonte: Un vicentino e un bresciano alla conquista del Nepal… in bici (Parte 2)

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