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Invito a cena con… i raggi X

23 febbraio 2010 Nessun Commento

A volte ritornano nella coscienza collettiva.

irrad

Perché i cibi irradiati, in realtà, sono fra noi dal 1973, da quando in Italia è stato autorizzato il commercio di patate, cipolle e aglio conservati tramite raggi gamma o X. A far riaffiorare ora i timori del nucleare nel piatto, ci ha pensato il Codex Alimentarius, organismo tecnico della Fao e dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità), che definisce gli standard di sicurezza degli alimenti. Non contenta dei 60 cibi irradiati in oltre 41 Paesi, la Commissione del Codex ha proposto ai 169 Stati aderenti dosi superiori di radiazioni rispetto agli attuali e contenuti 10 kiloGray, da applicare oltretutto su una più vasta gamma di prodotti.

“È un passaggio importante”, commenta Alan Randell, segretario della Commissione. “Per i consumatori, vuol dire un più alto livello di sicurezza grazie alla protezione offerta dalle radiazioni, che eliminano parassiti e batteri resistenti ad altri trattamenti, e bloccano germinazione, putrefazione e ammuffimenti. I cibi irradiati si conservano, così, integri e più a lungo. E non contengono tracce di radioattività”.

L’Europa resta scettica. Fragole e funghi freschi, come appena raccolti, per più di tre settimane; manzo succoso e roseo per 35 giorni; bulbi e tuberi senza germogli per l’eternità, e considerati equivalenti agli altri, non irradiati. Potenza dell’energia che, emessa da sorgenti radioattive come il Cobalto 60 e il Cesio 137 o da una corrente (o fascio) di elettroni, penetra rapidamente e in modo omogeneo fino al “cuore” dell’alimento.

Il suo bersaglio non è la sostanza commestibile inerte, bensì il materiale genetico delle cellule viventi, ovvero degli agenti patogeni, che viene distrutto. Poiché gli inquinatori non possono più riprodursi, la sterilità è garantita, e tutto questo senza la violenza del calore o della chimica, e in ogni punto del prodotto. Il quale non trattiene residui di radiazioni.

Ma queste rassicurazioni ufficiali non sono sufficienti per gli oppositori. In Europa, l’Aec (Associazione Europea dei Consumatori) e l’inglese The Food Commission hanno lanciato una Campagna contro la radioconservazione: “In un alimento bombardato coi raggi, potrebbe venire sconvolta la composizione chimica, con effetti secondari come la perdita di nutrienti e la formazione di sostanze innaturali”, sostiene Milena Dominici, responsabile dell’alimentazione di Legambiente, che partecipa alla Campagna. “La tecnica non elimina virus, tossine e altri contaminanti, e può mascherare cattive condizioni igieniche nella lavorazione. Inoltre, è stata permessa prima che i Paesi fossero attrezzati per i controlli, e in mancanza di studi approfonditi. L’irraggiamento porta a una produzione industrializzata e centralizzata, a discapito dei piccoli produttori e della biodiversità: è voluto dalla lobby dell’industria nucleare che, saturato il mercato medico, preme per trovare altri sbocchi al suo business”.

Nell’Albo specifico mondiale sono registrati 250 grandi impianti, che ogni anno irradiano più di 250 mila tonnellate di alimenti; in Europa, invece, se ne contano solo 12. L’irraggiamento è concesso quasi dappertutto per sterilizzare le spezie.

Nel Vecchio Continente, la Direttiva CE 3/1999 ha esteso la pratica anche a erbe aromatiche secche e condimenti vegetali, e cinque Stati membri (Francia, Belgio, Italia, Gran Bretagna, Olanda) lo ammettono per ulteriori prodotti ancora.

Nel villaggio globale, gli alimenti irradiati, di ogni provenienza, circolano liberi. E senza essere individuati, perché le etichette rivelatrici, obbligatorie nella Ue dal 2000, si trovano sugli imballi all’ingrosso e spariscono nel prodotto sfuso o confezionato. Con pericolo di frode, ovvero del riciclaggio di ingredienti avariati, come la frutta, che magari ritorna “sana” dopo una passata ai raggi ed entra poi nella composizione di marmellate o altro. Certo, col valore aggiunto dell’irradiazione dalla Francia possono arrivare in continuazione formaggio Camembert e fragole; dal Belgio, cosce di rana surgelate; dai Paesi nordici, gamberetti sgusciati e corn flakes; da quelli extracomunitari, ananas, papaia, mango e datteri. E Argentina, Paesi dell’Est europeo, Giappone e Cina, espongono ai raggi polli, pesci, frutti di mare, cereali, grano, farina, riso, legumi, cacao e caffè.

L”oscar” dell’irradiazione va attribuito agli Stati Uniti, che dal ‘60 sfruttano così i residui delle centrali nucleari e vantano 2 mila supermercati e 7 mila ristoranti che danno prodotti “al raggio”. Negli Usa, quasi tutto può essere legalmente trattato, compresi uova, manzo, piatti pronti e surgelati. E col consenso della Food and Drug Administration, preposta alla sicurezza alimentare, nonché dei cittadini, convertiti dalle diffuse tossinfezioni mortali, come quella dovuta agli hot dog “avvelenati” dal batterio Listeria. Educare i consumatori, perché accettino le prove scientifiche a favore dell’irradiazione, è la chiave di volta proposta dai 28 relatori del primo congresso mondiale in tema, organizzato a Chicago dal National Food Safety & Toxicology Center dell’Università del Michigan. Morton Satin dell’Università A&M del Texas ha chiesto l’istituzione di un Consiglio Internazionale sull’irradiazione dei cibi, rivolto ai bisogni di tutte le parti coinvolte. Gerald Moy, del Programma di Sicurezza Alimentare dell’Oms, ha dichiarato: “Data la sua capacità unica di distruggere i patogeni nei cibi solidi, l’irradiazione potrebbe essere uno dei contributi più significativi per la salute pubblica, come la pastorizzazione del latte”. Ha rincalzato Elsa Murano, sottosegretario per la sicurezza alimentare del governo statunitense: “Per ottenere lo stesso risultato, dovremmo unire diversi trattamenti. Perciò ci stiamo muovendo per accelerare la tecnologia, ancora complessa e poco economica e i cui costi ricadono sui consumatori”.

Viene da chiedersi se non potremmo fare a meno del nucleare commestibile. “L’irradiazione è necessaria per le derrate ad alta contaminazione e robuste, come le spezie esotiche o la frutta secca”, risponde Luciano Cecchi, responsabile dell’Istituto di Scienza delle Produzioni Alimentari del Cnr a Milano. “Invece, nei prodotti delicati, come gli ortaggi, l’energia di legame dell’irradiazione, superiore a quella dei costituenti del prodotto, può distruggere le vitamine. Tutto dipende dalle dosi: benché sia difficile esagerare, in quanto, passata una certa soglia, si generano inconvenienti, come nelle patate che diventano purè. La Commissione Europea per l’irraggiamento dei cibi ha stabilito livelli per tutti i tipi di alimenti. Nell’ultima riunione abbiamo istituito un gruppo di lavoro per trovare strumenti in grado di scoprire e misurare l’irraggiamento in ogni prodotto, poiché non c’è un metodo univoco e non ne esistono per la carne. Ora è possibile rilevare le modifiche nelle ossa del pollo o lo zucchero cristallizzato nella frutta dovuti alle radiazioni, ma a costi elevati. All’intensità dell’applicazione è collegata la formazione di radicali liberi, nocivi ma di vita breve, perché si disperdono nell’acqua dell’alimento, e di un chetone probabile cancerogeno, rintracciato nei grassi”.

In Italia ci sono troppo pochi i controlli. “Nei cibi irradiati, il ciclobutanone, tossico, e i radioliti, frammenti di molecole spezzate, sono presenti in quantitativi modesti, gli stessi riscontrabili con altri trattamenti”, spiega Flavio Paoletti, dell’Istituto Nazionale di Ricerca per l’Alimentazione e la Nutrizione, “perciò l’irradiazione non sembra aver conseguenze negative sui nutrienti, se non lievi perdite di vitamine A, B e C. L’innalzamento dei limiti potrebbe peggiorare le qualità organolettiche soprattutto dei prodotti ricchi d’acqua e grassi: per verdure, formaggi e latte, il procedimento non è conveniente come per carni e pollami che vengono ripuliti da tenia, salmonelle e altri germi. Tuttavia sono ancora pochi gli studi in materia, circa 80, per cui il Comitato Scientifico Europeo è costretto a rifarsi sempre alla stessa casistica”. E da noi? La Direzione Salute e Tutela dei Consumatori (DG-Sanco) della Ue, nella relazione 9131/2003 spiega che in Italia “non esistono controlli a livello di importazione di prodotti di origine vegetale che potrebbero essere trattati con radiazioni ionizzanti, non sono stati effettuati analisi o campionamenti e non c’è un laboratorio ufficiale. Pertanto non è possibile individuare gli alimenti irradiati”.

Fonti: Repubblica, Wikipedia

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