Vita di un giudice di pace.
“Siamo arrivati al capolinea. Ad un punto che non pensavo. Di fronte a un Governo che sbandiera il processo breve, si sta affossando l’unico processo breve del nostro ordinamento, quello del giudice di pace”.
A raccontare la situazione critica in cui versa la magistratura onoraria è Gabriele Longo, presidente dell’Unione nazionale giudici di Pace, che denuncia il disagio “ormai divenuto insopportabile di una professione che non ha alcuna tutela e pochissimi diritti, a fronte dei crescenti impegni che è chiamata a fronteggiare”.
Giudici che appaiono come eroi, 2800 in tutta Italia, alle prese con due milioni e mezzo di procedimenti l’anno. “Siamo magistrati onorari – ci spiega Longo – eppure siamo più impegnati di quelli ordinari. Non pensavamo di arrivare a questo punto”.
Il leader delle toghe nate come semplici paladine dei diritti civili e per compiti assai limitati, sottolinea come “in quasi venti anni di esistenza, lo stato delle cose non sia affatto cambiato: ci sono trattamenti discriminatori, fuori dalla legalità, che ancora subisce la categoria”. “La previdenza – aggiunge – è un’utopia e se un giudice di pace è malato, anche gravemente, o una donna è in stato di gravidanza, decadono automaticamente dal rapporto di servizio”.
Dopo due decenni, denuncia Longo, il magistrato onorario “viene pagato a cottimo: c’è un minimo fisso garantito – sottolinea – che è di 256 euro. Ma anche in questo caso la retribuzione ha dato origine a varie interpretazioni, come quella che questa cifra minima non venga riconosciuta se non vengono fatte un certo numero di udienze. Interpretazione del ministero della Giustizia, contro cui abbiamo fatto ricorso, vincendo ben 20 volte, e continueremo a farlo”.
La battaglia per il riconoscimento dei diritti dei giudici di pace, ipotizza il leader della categoria, “si preannuncia molto dura. C’è addirittura un ultimo provvedimento – rileva – che vorrebbe diminuire il personale delle cancellerie degli uffici, già quasi al tracollo”.
La situazione del giudice di pace della Capitale, commenta Longo “è la peggiore in assoluto: qui per avere la pubblicazione di una sentenza occorre attendere anche un anno, con conseguenze disastrose. Ad esempio, chi ha avuto una cartella esattoriale si vedrà scattare l’ipoteca”. Una crisi particolare nella crisi generale della giustizia, quella della magistratura di pace, che da qualche anno deve fare i conti anche con gli immigrati, “senza godere di un giorno di riposo e mettendosi a disposizione anche ad agosto”.
Una grana non indifferente per la categoria afflitta ogni giorno dal confronto con i clandestini senza permesso di soggiorno, che ricorrono a questa figura per restare nel nostro Paese.
Negli uffici si svolgono spesso scene terribili che non tutti i giudici riescono a tollerare. “Siamo alle prese spesso con clandestini disperati e violenti – spiega il segretario generale dell’Unione nazionale giudici di pace – c’è anche chi ha paura e decide di non fare più questo mestiere. Perché nella nostra decisione è in gioco la vita di una persona che spesso si trova in condizioni disperate”. Una disperazione da cui spesso possono scaturire reazioni violente e irrazionali. “Io stesso – confessa il rappresentante nazionale dei giudici di pace – ho avuto esperienze difficili. Una in particolare, con un rumeno alto due metri che non accettava in nessun modo la mia decisione di rispedirlo in patria”.
La delicata materia dell’immigrazione clandestina, come tante altre competenze, sono andate tutte a caricare i giudici di pace a livelli di lavoro un tempo impensabili. Da quando questi magistrati hanno iniziato la loro attività molte cose sono cambiate. Una metamorfosi che ora andrebbe adeguata a una normativa che inquadri finalmente i giudici onorari dal punto di vista legislativo, economico e previdenziale.
“In questi ultimi anni sono stati adottati ‘provvedimenti tampone’- sottolinea Longo – ma ora basta. Occorre un vero e proprio inquadramento della categoria. In primo luogo dal punto di vista economico, visto che i giudici di pace vengono ancora pagati a cottimo. Una cifra irrisoria se si pensa che per ogni convalida i giudici di pace intascano appena cinque euro nette, mentre per i ricorsi riescono ad arrivare anche a venti euro”. “Una presa in giro – conclude – tanto che proposi all’ex Guardasigilli Roberto Castelli di non pagarci alcun compenso”.

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