Breve storia di un corpo in vendita.
“Mi chiamo Auissa, e sono una puttana”.
Una coltellata al cuore, vibrata da una persona che per un attimo ti siede accanto, un essere umano che ti accompagna, che scrive poche righe della sua vita parallele alla tua.
Ti sfiora, per scomparire pochi istanti dopo, nell’oblio di luci artificiali e velocità in cui affannosamente sopravvive, da tante notti a questa parte, in tutte le notti che un Dio per lei inesistente manda in terra.
Auissa, il nome che ha scelto per parlare, è il simbolo di un momento. Lo stesso identico lasso di tempo vissuto aspettando il ritorno di una figlia dalla discoteca, di un figlio che rientrerà tra poco a casa dopo una cena con gli amici, di un marito o di una moglie attesi tra le lenzuola per un saluto, un gesto, una carezza necessaria per addormentarci.
E intanto Auissa è lì, a battere, su una strada qualsiasi in una città come tante, preda di un mondo che l’avvolge nell’illusione di una vita che l’imprigiona, come se fosse una gabbia da cui non sa uscire.
E’ una notte sassarese, in cui il mondo gira intorno al solito bar, alla solita vita che campa sul tema di poche, semplici variabili: c’è chi sfoggia il nuovo telefonino e chi si indebita per una tv ultrapiatta.
Ordinario squallore di una vita di provincia che vorrebbe, ma miseramente non può.
Il locale di moda catalizza le birre di chi non ha la voglia, o i soldi, per scendere ad Alghero, a vivere una serata che affoga negli sguardi di chi ama essere guardato, notato, ricordato.
E’ una notte come tante, ed è questo che spaventa, quando la flebile luce della luna si sposta da quei due o tre locali trendy verso la periferia. Verso vite sopportate, ammesse con riserva, dimenticate per convenienza.
Vite di gente ai margini della società, disprezzate nella limpida luce del giorno, affittate a tradimento, comprate senza remore nella squallida e protettiva ombra della notte.
Predda Niedda, zona ipocritamente industriale di Sassari, in realtà unica isola felice del commercio cittadino. Di giorno.
E di notte abituale punto di concentramento delle prostitute che soddisfano i sassaresi.
Ci si addentra con circospezione nel sancta sanctorum del vizio rustico che affascina gli adoranti fedeli della setta del sesso a pagamento, dove ognuno può sentirsi qualcuno col portafogli gonfio e, se Priapo gliela manda buona, non solo quello.
Per una sera è facile lasciarsi convincere dai baci, dalle urla volgari di una sirena che vuole attirarci nella sua rete. E l’istinto di sollevare il piede da quel pedale, per conoscere una storia, è più forte del timore di essere identificati, additati come servi sciocchi di quell’universo di drogati di un mondo che pianta le sue radici su volgari multipli di banconote da 50 euro.
Ci fermiamo, senza scegliere.
Non è l’aspetto fisico che ci interessa, non è l’involucro, ma il contenuto.
Sale in macchina una ragazza mulatta e in un attimo eccoci parte di un mondo visto solo attraverso qualche film di serie B.
“Quanto vuoi per mezz’ora?”
E non vale tanto l’idea che il denaro che ci chiede serva solo per parlare: da quel momento Sassari non c’è più, i capannoni dei centri commerciali luminosi e affollati sono scomparsi. Ora tutto è piombato in quella dimensione parallela, al di là del muro che divide la gente perbene dal resto del mondo.
Basta un cenno e ci guida: restiamo stupiti da come conosce scorciatoie e viottoli incredibilmente ignoti durante il giorno. Le spieghiamo che no, non c’è bisogno che mostri cosa nasconde senza troppa cura sotto il reggiseno, cosa lasciano facilmente indovinare gli shorts inguinali che concedono un impietoso tributo alla cellulite.
Quella che per qualche minuto sarà Auissa si accomoda in macchina senza sapere che da lei vogliamo solo una storia, un frammento di vita. Vogliamo sapere perchè.
Ci chiede di scortare alcune colleghe qualche chilometro più in là, verso viale Porto Torres: forse adesso il traffico lassù è più intenso e il mercato offre opportunità migliori. Proviamo a chiedere loro almeno il nome, ma non vogliono parlare.
Vogliono fermarsi all’altezza di un distributore di benzina, hanno lambito la nostra vita senza lasciare traccia.
Una di loro siede nel posto centrale, occhi grandi e capelli ricci che farebbero invidia a qualsiasi figlia di papà che spende cinquanta euro e più per una permanente. Un top bianco le avvolge il seno abbondante strizzandola senza pietà, tanto da far indovinare che è lei la più gettonata della strada.
In una strana lingua a metà fra il francese e un dialetto incomprensibile, nel frattempo, ha spiegato alle altre ciò che immagina: “Est un journalist”, è un giornalista. Le altre chiedono subito di scendere, Auissa no, è fedele alla promessa. E’ pagata per mezz’ora e manterrà la parola.
Le altre scendono, l’intervista può cominciare. Non fa una piega quando capisce che deve solo raccontare: evidentemente non sono pochi quelli che si fermano a questa stazione di una disperante via crucis solo per cercare affetto a pagamento, e non sesso.
“Come ti chiami?”
Non vuole dirlo, era previsto. “Allora scegli un nome di fantasia, uno che ti piaccia”.
E lì nasce Auissa.
Forse era il nome di un’amica, forse di una bambola con cui giocava da bambina, non molti anni fa. Vuole parlare inglese e non francese e suona come una cosa insolita, perché nell’immaginario cittadino le prostitute sono africane.
Invece no, spiega, viene dal Brasile. Agli occhi degli occidentali il Brasile è allegria, calcio-spettacolo, samba e spiagge assolate. E invece per lei non è altro che miseria e squallore.
“Auissa, perchè sei qui? Che ci fai, a migliaia di chilometri da casa tua?”
Sposta due occhi grandi come l’oceano che ha attraversato per arrivare fin qui in Sardegna cinque anni fa. Dice che dal 2004 sopravvive qui, in un modo o nell’altro. Non sempre a Sassari, tempo fa ad Olbia.
“Cosa ti ha portato fin qui?”
Ora Auissa si fida, e racconta.
“La miseria, ecco cosa. Stavo male, soffrivo e piangevo in Brasile. Non avevo da mangiare e sono venuta qui”.
Ma la prostituzione, per le schiave della strada, non è una scelta. Con finta ingenuità le chiediamo quanto del denaro che incassa le rimarrà nelle tasche, quanto di ciò che guadagna potrà mettere da parte.
Gira il volto sgraziato, truccato come una bambola volgare, Auissa. Guarda al di là del vetro le macchina che sfrecciano altrove.
“Restano tutti a me”.
Chi viene da lontano ha tanti ricordi, lo sa chiunque abbia lasciato anche per pochi giorni la propria terra. Lo sanno gli emigrati sassaresi partiti dalla città tanti anni fa e che tornano per i Candelieri, lo sanno i giovani laureati che salutano la Sardegna per cercare di guadagnarsi da vivere in terra straniera.
Quando torniamo a parlare del Brasile, di ciò che ha lasciato laggiù, la piccola Auissa, piccola nonostante i 27 anni che dice di avere, trema, barcolla e poi crolla.
“Non parlarmi più del Brasile, ti prego. Non voglio piangere”.
Restano pochi minuti per poche domande.
“Hai mai pensato di cambiare vita?”
Si gira di scatto, rabbiosa:
“How?? Come? Come faccio a cambiare vita?”
Sembra voler chiedere all’occidentale che ha appena barattato mezz’ora della sua vita con una banconota come può fare lei a liberarsi dalle catene e a tornare a casa con una speranza?
Il tempo scade, le domande finiscono.
Auissa dal trucco pesante, con la matita che dall’angolo degli occhi arriva quasi fino alle tempie, Auissa che ci guarda negli occhi frugandoci nel cuore, con la rabbia di chi ha come unica colpa l’essere nata ad una latitudine più povera di questa, ora deve andare via.
Tra pochi minuti salirà su un’auto il cui proprietario avrà sicuramente pretese diverse, e che a suon di biglietti le permetterà di vivere ancora, e ancora, e ancora, schiava di un mondo che la usa senza nemmeno chiederle come si chiama, senza accontentarsi nemmeno di un nome di fantasia.
Auissa o chissà chi, oggetto di un desiderio qualsiasi, pagato ai bordi di una strada senza nome né pietà.
Fonti: Quinotizie Sardegna

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