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Cina, “la fabbrica del mondo”: è da li che provengono quasi tutti gli accessori del vostro Natale.

29 dicembre 2007 2 Commenti


Cominciamo con il nostro albero di Natale. Se l’abete è di plastica è quasi certamente cinese, naturalmente. Ma guardiamo sotto. Quella pila di peluches, pupazzi, videogiochi, Bionicle, Barbie, destinati ai nostri bambini. Si calcola che gli italiani abbiano speso 15 miliardi di euro delle loro tredicesime in regali, il 10 per cento in giocattoli. Di quel miliardo e mezzo di euro, poco meno di un miliardo è stato speso in giochi (ci sia scritto chiaro oppure no) made in China: il 60 per cento del mercato italiano dei giocattoli (a cominciare dai videogames), dice il direttore dell’Assogiocattoli, Carlo Cossalter, è rifornito dalla Cina. In Europa siamo all’80 per cento.

I cinesi sono assoluti protagonisti anche nel settore a cui abbiamo dedicato la fetta più grossa della nostra tredicesima: l’abbigliamento. Maglie, magliette, maglioni, camicie, jeans e reggiseni: c’è una possibilità su cinque che l’abitino artisticamente impacchettato sotto l’abete per vostra moglie o vostra figlia venga dalla Cina. Questa è la quota dell’import cinese sull’abbigliamento femminile e anche quella sul settore in generale. Ma la statistica si basa sul valore delle importazioni. Poiché la roba cinese costa meno, in quantità la quota è assai maggiore. Lo vediamo se abbiamo comprato delle scarpe. Su duecento milioni di paia di scarpe vendute in Italia l’anno scorso, quattro quinti venivano dalla Cina: soprattutto calzature in gomma, ma crescono anche quelle in pelle, soprattutto gli stivali. Anche negli articoli sportivi l’invasione cinese è in atto. Sotto l’albero, il 60 per cento di zaini, zainetti e borsoni, metà delle tute da ginnastica, di quelle da sci, guanti compresi, il 65-70 per cento delle giacche a vento viene dalla Cina, anche quelle con le fibre più sofisticate.

Un altro decimo della tredicesima è finito in elettrodomestici. L’import dalla Cina copre meno del 7 per cento di questo mercato. C’è poco, infatti, nei grandi elettrodomestici (frigo, lavastoviglie), dove l’egemonia è ancora italiana e l’unica marca cinese che comincia ad avere qualche peso è la Haier. Ma l’avvitatore per papà, l’asciugacapelli per la figlia, lo scaldavivande con alimentazione a cavo Usb, per attaccarlo direttamente al computer, per il nipote all’università, in generale tutti i piccoli elettrodomestici fra i 5 e i 20 euro vengono quasi certamente dalla Cina. E, ormai, anche la nuova tv a schermo piatto che ci siamo voluti regalare per Natale, il lettore dvd o Mp3, il videofonino, lo stereo hanno buone probabilità di essere stati fabbricati in Cina: viene da lì, ufficialmente, il 12 per cento dei prodotti di questo tipo venduti in Italia.

E lo stesso vale se, come è molto probabile, sotto l’albero abbiamo messo un nuovo pc. Il 6-7 per cento dell’hardware informatico venduto in Italia è made in China e, a conferma della risalita della catena del valore, non si tratta di accessori come il cavo elettrico o qualche memoria. Sono soprattutto personal computer e non di seconda scelta: il marchio cinese più noto, Lenovo, non è altro che la produzione, fino a qualche anno fa, della storica Ibm.

Lenovo, Haier o, ad esempio, nell’abbigliamento sportivo, Quechua sono però solo le avanguardie di quella che sarà, presto, una marea, ma che, al momento è un flusso limitato. Sono ancora pochi, infatti, i marchi cinesi che si dichiarano come tali. Nel grosso dei prodotti che importiamo – a cominciare dagli schermi piatti giapponesi o coreani – il made in China è accuratamente mimetizzato. E, il più delle volte, assolutamente nascosto. Di posate, stoviglie, vestiti, elettrodomestici non sapremo mai che sono stati prodotti in Cina e che il marchio italiano è stato apposto solo sul prodotto finito, almeno finché le regole europee sull’etichettatura non diventeranno più severe. Imprese del settore, grande distribuzione importano e rimarchiano.

Non è però affare solo di supermercati e centri commerciali. Il marchio che cancella il made in China è, spesso, il frutto di procedure scorrevoli, semplici ed efficienti. Se c’è qualcun altro che si prende cura operativamente della distribuzione, ci potete riuscire da un sottoscala. Esiste un ventaglio di siti web a cui connettersi. Si sceglie il prodotto (telefonini, fotocamere digitali, bluetooth, ma anche spugnette e spazzolini da denti), esattamente come fareste per comprarne uno per casa vostra su uno dei tanti siti di vendite online al dettaglio. La differenza è che, alla voce quantità, potete scrivere mille o centomila (il prezzo cambia, naturalmente). Uno o più produttori cinesi vi faranno avere quanto richiesto. “Senza marchio, ovviamente” spiega uno di questi siti “a quello ci pensate voi”.

Il problema è che il cinese “che non si vede” non riguarda solo cellulari e spugnette. Per esempio, l’italianissimo sugo che pensate di preparare stasera per i vostri italianissimi spaghetti è, con ogni probabilità, cinese. E anche la zuppa che vostro figlio mangia a scuola. Importiamo dalla Cina cospicue quantità di aglio e di mele, ma, soprattutto “semilavorati per ortofrutta”, legumi secchi e funghi che finiscono nei succhi e nelle minestre del catering, nelle mense di scuole ed uffici.

E, in quantità imponente, importiamo pomodori. Quest’anno abbiamo importato 150 mila tonnellate di pomodori, una cifra pari ad un quarto della produzione italiana. Non li mangeremo mai in insalata con olio e sale. Arrivano in fusti da 200 chili, che vengono aperti, lavorati e mischiati insieme ai pomodori nostrani dall’industria delle conserve che, per legge, deve indicare solo dove è stato confezionato il prodotto finito, non da dove viene quello che, a noi consumatori, viene venduto, per dire, come “profumo del Golfo” (di Napoli).

Se la denazionalizzazione della pasta al pomodoro vi sembra un sacrilegio, pensate alla mozzarella. Quella la fanno ancora nelle campagne italiane, ma il fermento con cui produrre il caglio che, alla fine, farà la mozzarella, è ormai un monopolio cinese. Del resto, la stessa cosa vale per buona parte degli additivi e dei conservanti alimentari.

Non sapevate di mangiare tanta Cina? In realtà, fate un passo anche più importante, ogni volta, o quasi, che vi prendete cura della vostra salute. La compressa di antibiotico, la bustina di antinfiammatorio a cui ricorrete quando state male, è stata prodotta e confezionata in Italia o in qualche altro paese europeo.

Ma il principio attivo che contiene, quello che la rende una medicina, insomma, soprattutto se il prodotto è quello che si chiama un medicinale generico, cioè un brevetto scaduto e, quindi, copiabile, quasi certamente viene dalla Cina.

Niente di male, in teoria. Solo che, mentre i produttori di principi attivi italiani ed europei devono dimostrare a degli ispettori esterni – spiega il presidente di Aschimfarma, l’associazione di settore, Gian Mario Baccalini – come producono nelle loro fabbriche, in Cina basta l’autocertificazione di un dipendente della ditta. Solo il 15-20 per cento degli additivi usati dall’industria farmaceutica italiana, dice Baccalini, viene dalla Cina. Ma la farmaceutica italiana è debole. Le medicine, soprattutto, le importiamo dagli altri paesi europei. Dove la quota dei principi attivi che vengono dalla Cina è l’80 per cento.

Fonte: Repubblica

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2 Commenti »

Commento di DanieleMD ITALY
2007-12-30 14:02:44

titolo sbagliato:
Cina “la fabblica del mondo”

Scusa ma non ho lesistito :)

 
Commento di mazhar iqbal
2008-12-18 16:47:36

lavoro

 
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